Venus in furs

E’ una lunga storia iniziata negli anni 90, quando Mario de Candia, autore, attore e regista venne da me alla don Quijote con un monologo tratto dalla biografia di Edie Sedgwick.

Da allora il monologo si trasformò prima in un recital multimediale e poi nel 2006 in un musical grazie alla produzione anglo americana Tambar Arts.

L’idea di Tambar era di sviluppare un workshop dal nostro trattamento e far nascere la storia dal racconto di una star sopravvissuta a quegli anni come Sylvia Miles . La cosa avvenne puntualmente presso il favoloso Laban Center il dicembre 2005, ma poi tutto si fermò per questioni finanziarie.

Edie era una giovane ereditiera discendente da una delle famiglie illustri che avevano fatto l’America. Aveva venti anni quando nel ’64 sbarcò a NY e portava con sé l’energia e la voglia di rompere le regole propria dei ventenni particolarmente in quegli anni.

La sua storia è l’archetipo degli slanci, delle illusioni e disillusioni tipiche di ogni generazione di ventenni a venire, ed in quanto archetipo ha scontato tutti i rischi che si corrono a quella età. Edie ebbe un grande successo grazie ad Andy Warhol che ne fece la propria musa lanciandola come Superstar nel firmamento della Pop Art. Le pagine di tutti i maggiori magazine la immortalarono come regina del Pop, ma quella stagione fu fugace e il successo mediatico prodotto da Warhol, effimero. La bella Edie dopo solo due anni rimase sola con le sue pillole, i suoi fantasmi le sue paranoie fino alla precoce morte per overdose nel 1971. La prima super model, la prima delle tante ragazze che oggi cercano il successo facile, morì inseguendo i suoi sogni confusi condivisi da una intera generazione in fermento per affermare una nuova identità.

Oggi abbiamo chiuso il progetto scrivendo l’intera sceneggiatura ed individuando i brani musicali dei Velvet Underground e con una presentazione multimediale siamo alla ricerca di un nuovo produttore.

 

It’s a long story begun in the ‘90ties, when Mario de Candia, writer, actor and director came to me in don Quijote with a monologue from Edie Sedgwick biography.

From then the monologue transformed into a multimedia recital and in 2006 in a musical thanks to the Anglo American Tambar Arts production company.

Tambar’s idea was to develop the story we wrote in a workshop and use as a narrator a Star survived to those years as Sylvia Myles. The workshop took place punctually at Laban Center in December 2005, but after then everything stopped due to economic problems.

Edie was a young heiress from one of the important families who built America. She was twenty when reached NY bringing her energy and braking rules willing of every young man or woman in those years.

Her story is the archetype of the impulse, illusions and disillusions typical of every twenty-year-old generation to come, and as archetype she paid the dues to all the risks youngsters run at that age. Edie had a great success thanks to Andy Warhol who made of her his muse launching her as a superstar in the Pop Art firmament. The major magazine cover shown her as the Pop Queen, but that season flown away quick and the media world success fleeting. The beautiful Edie after only a couple of years remained alone “with her pills, her amphetamine and her pearls…” until her dead due to an overdose in 1971. The very first supermodel, the very first of those many today young girls looking for an easy success, she died fallowing the confused dreams she shared with her generation on the move to affirm a new identity.

Today we finished the script and identified the single songs by Velvet Underground and with a multimedia presentation we are looking for a new production.

Nuovamente 8 – (o a mio figlio)

Qui ti dico di come gira il mondo

qui ti dico di quando si resta irrimediabilmente soli incollati ai video dei televisori

di quanto il mare sia profondo ed il cielo di primavera odori quando l’amore con le gambe lunghe viene a conquistarti,

e sfonda il muro con uno sconquasso

che molti sorprende nei loro sensi,

e forte ti corrisponde, tanto che non pensi,

e con un raggio trattore

ti rende libero di diventare

più grande

ma mi sorprendo sempre a pensare a te che non sei ancora figlio

28/3/96

Nuovamente 7

Vorrei trovare una casa a queste parole.

E’ una casa dolce, quella che voglio,

senza muri né porte,

che si imbianchi alla luce dell’alba

e al tramonto si colori, a preparare il letto ai sogni,

notturni, antichi, amori.

E’ una casa, quella che voglio, dove rapida e fresca soffia l’aria di te sui tappeti d’estate,

con la memoria sensuale di quando affondo tra i seni e le gambe lunghe di donna.

E’ così quando ti scrivo, quando racconto

è così quando cerco nei tuoi occhi. il riparo dal mondo

E, aggrappato ad una parola che scivola libera, ricamo questi paracadute inutili in un fiume che non arriva al mare.

4/3/96

Nuovamente 2

Quando mi parli,

cosa mai nasconde il tuo accento toscano?

Sdrucciola sul sentimento come sulle parole evitando l’attrito del primo assalto, solo apparentemente spregiudicato, alla conquista reciproca.

Le tue parole soffiate raggirano il tempo lento di chi cerca di fermarle, non lasciando ad una pausa di tradire l’emozione.

Che paura è questa che ti agita come al vento?

Mentre mi guardi,

supero con un salto il bagliore dei tuoi occhi

e sono a meno di un abbraccio

e non ancora bacio

le tue labbra sfiorate dalla mia impazienza.

18/1/96

Nuovamente 10 – (a Carletto)

Giù! La faccia nel fango,

riemerge come dipinta dalle pitture mimetiche di una tribù indigena,

gli occhi neri brillano fissi, davanti a nulla,

ancora sorride ma ha smarrito lo sguardo, sospeso nella discontinuità tra la corsa più felice e la paura di non essere più quello di prima.

Il fante d’assalto, guerriero traballante di una tribù poco più grande, armata di buste e teli da mare, piange a sirena,

segnala la propria posizione,

e io padre immaginario, che sapevo, corro al recupero, ma no:

“Mamma” grida lui, e io, imbarazzato,

mi faccio da parte.

Sorride, e il suo seno è taumaturgico.

4/9/95

Ci sono cose inimmaginabili

Ci sono cose inimmaginabili.

Milioni di vermi brulicano la terra illuminati dalla velocità dei fotoni….

subito prima del nostro primo bacio.

Lasciami.

Lasciami solo a contemplare questo megaschermo fino a quando le luci di sala non verranno ad uccidemi.

Oppure stringimi la mano nelle scene più crude, e appaludi insieme a me il finale impossibile.

22/5/95

Bjloxi Blues

Roma 27 Luglio 1994

Bjloxi Blues è partito, lo stesso treno che ci ha riportato a casa se lo è portato via.

Così dopo interminabili momenti passati assieme nell’intimità a cui solo la natura selvaggia riporta, resto per la prima volta dopo tanto tempo solo, qui sulla banchina di Victoria station.

Tu sei tornata!

Londra è qui fuori!

La riconoscerò? O forse mi dovrei piuttosto preoccupare di essere riconosciuto io?

Certo penso che qualche cosa dai tempi dei festeggiamenti diplomatici di Adelaide in me sarà pure cambiato. Sembra proprio che la gente non riesca a smettere di fissarmi, eppure sono in un impeccabile lino ecrù coloniale… ma forse guardano le decorazioni pittoriche Maori che ho sul volto, questo si che può essere un problema di riconoscimento.

Ti riconoscerò? E tu riconoscerai le pitture Maori sotto i tratti Londinesi del mio viso?

Comunque sia la vita è qua fuori, le banchine delle stazioni, anche questa di Victoria, anzi forse soprattutto questa, centro di smistamento della cività, non sono che limbi, dove il cuore è già da qualche altra parte, o ancora in qualche altro luogo, e gli uomini sono gli spettri di se stessi, già partiti ma non ancora in viaggio.

Allora eccomi Londra!

Però, ad uscire ci si accorge che è anche una bella giornata.

Bentornata miss Sara!

Just for a ride – a song from 1981

What will you do in the morning she will leaves you

And you’ll se her turn and say good bye

And what will you do when trying to stop her run

You’ll see her face just vanish in the sun

What would you think of a man

That always say because

And you never heard him asking why

When you come to realize

You got her just for a ride

 

I BELIEVED IN YOU (a song from 1981)

She opened her eyes

In that early morn

And she noticed his world was already gone

Why did you fall baby and why didn’t you call me

And why you let me down that way

Just looking in your eyes I founded my rhymes

But that’s the end of the times

I mean I was sure, I mean I was pure

I’ve rolled down again to be insecure

I’ve lived, I’ve died and I wonder why I just felt fine

I’ve smiled, I’ve cried, I believed in you

She opened her eyes in that early morning

A friend she loves me, why don’t you know me

So everything goes on its way

And I loose again in another day